Non sempre la diagnosi viene accolta con tranquillità in famiglia e non sempre viene per reinsaldare il rapporto, specialmente se questo avviene in età giovane. Per il malato è piombare nella voragine della depressione.

Per risalire è obbligatorio lavorare su se stessi, se si vuole intraprendere la lunga via dell’accettazione.

Ma se questo lavoro non viene fatto contemporaneamente con il compagno, è inevitabile la frattura. Il malato viene guardato dalla famiglia con negli occhi la paura della malattia, non riconoscendo le sue difficoltà nel quotidiano. Qui c’è la grande solitudine del malato, che spesso si difende con aggressività e quel che è peggio con un senso di sfida che si rivela deleterio.

C’è voluto del tempo per capire che stare arroccati sulle proprie posizioni non avrebbe aiutato nessuno e ci siamo usciti a pezzi. Il bisogno di cambiamento, non per forza, includeva la distruzione della famiglia.

Nessuno ci aveva informati della reazione che i farmaci possono dare, e a capire che certe situazioni si possono risolvere con l’affetto reciproco.

Situazione diversa con le badanti, che spesso vengono introdotte nell’abitazione dei malati affrontando una convivenza che si rivela quasi sempre difficile. Qui qui di parlare di affetto non è il caso, anche perchè sono quasi sempre donne che si trascinano storie dolorose.

Scrivere per me è sempre stato un modo per sopperire alla difficoltà di comunicazione verbale che ho, quindi, se pensi che possa essere utile, mettilo pure sul sito. Effettivamente manca lo scambio di esperienze tra di noi. Il poter colloquiare e raccontarsi ci alleggerisce e sdrammatizza; spero che questa iniziativa serva a invogliare quelle persone che, sono sicura, hanno voglia di raccontarsi, ma a cui manca un po’ di coraggio. Un abbraccio.

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